Ho letto inizialmente quasi con ammirazione la lettera al proprio figlio pubblicata da Pier Luigi Celli, ex-direttore generale RAI e oggi direttore generale (il vizio non si perde) della LUISS, su La Repubblica; testata che detesto, come tutte quelle che alimentano il clima da “guerra civile fredda” che sconvolge l’Italia da un quindicennio e che impediscono volontariamente l’accesso all’informazione vera e propria, in favore dell’opinione editoriale solo ed esclusivamente orientata politicamente.
In questo caso, però, questa lettera mi sembrava aver centrato la riflessione intellettualmente più onesta che un italiano che si onori di esserlo, oggi, possa compiere. Celli, infatti, centra senza il solito buonismo ipocrita all’italiana i punti fondamentali, ma ce ne sarebbero migliaia, dell’italietta. Vediamone alcuni punti.
“Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.”
“E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria
chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà.”
Splendido, finalmente. Chiunque lavori in un’azienda pubblica, ex-pubblica o a partecipazione statale sa che la tessera sindacale o del partito giusto è requisito imprescindibile per ottenere benefici: le ferie quando le si vuole, i permessi sindacali continui – con buona pace di chi rimane a lavorare – e gli avanzamenti di carriera automatici, solo per citarne alcuni. Cosa che chiunque lavori all’estero, in quasi tutti i Paesi, ha imparato a vedersi commentare con occhi sgranati e incomprensione, quasi si stesse raccontando una follia. Quello che è, del resto.
“Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.”
Verissimo. E, aggiungerei doverosamente, di un leader sindacalista, o di uno dei tanti che si mettono in bocca la parola “diritti” senza mai pensare ai “doveri”, ma tenendo presente solo il proprio vantaggio. Di classe, ma funzionale solo a quello personale. Qui a dire il vero serpeggia il dubbio che Celli si riferisca, come da vizio italico, a un obiettivo preciso, dimenticandosi della fallimentare visione generale, ma attendiamo.
“Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.”
Sacrosanto. Potremmo citare per esempio i figli di politici raccomandati da papà e che a loro volta raccomandano gli amici costruttori per la costruzione di edifici statali; o che so, la dirigenza di una A.N.A.S. azzerata e rimpiazzata con parenti e amici dal governante di turno.
E potremmo citare chi è un delinquente e fa furore come protagonista di trasmissioni TV e ospitate in discoteca; chi gestiva un sistema aziendale corrotto a livelli mastodontici e in tribunale si presenta come un fragile fuscello, mai al corrente di cosa facessero quei cattivoni dei propri manager. Andiamo avanti?
“Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.”
Questo è il vero fulcro, spassionato, di questa lettera: quanto in cuor suo chiunque sia emigrato non per il puro soldo, ma per trovare un sistema diverso e possibilmente migliore, sa bene. C’e’ poco da aggiungere, ha detto tutto Celli in poche righe.
Solo che.
Al di là dell’essere uno dei notabili della nostra nazione, Celli non mi risultava nuovo nemmeno a livello editoriale, ma non riuscivo a mettere a fuoco cosa, da lui pubblicato, mi avesse colpito tanto. Una breve ricerca sul web mi ha aiutato.
L’egregio Celli, solo l’anno scorso, pubblicava il libro dal titolo tanto esplicito: “Comandare è fottere. Manuale politicamente scorretto per aspiranti carrieristi di successo”. Stupiti? Aspettate di leggerne la descrizione dell’editore:
«“Ci sono troppe cose che si fanno ed è bene non dire.” Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera. In questo “piccolo vademecum per bastardi di professione” l’ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell’utopia delle pari opportunità, “nascere bene” aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l’arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.” »
E allora, caro Pier Luigi Celli, riprendo le ultime righe della tua lettera a tuo figlio:
“Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.”
E ti dico: hai ragione. Tu, e la gente come te, avete fallito. Avete creato un mostro e avete allevato i suoi futuri baby-sitter. Io, dei miei genitori, sono orgoglioso, e se me ne sono andato dall’Italia l’ho fatto perché i genitori di altri, quelli come te, hanno fottuto l’Italia (del resto è questo il termine che usi, no?); me ne sono andato per poter applicare i valori che mi hanno trasmesso senza dover sacrificare la mia vita professionale e personale al sistema che quelli come te hanno generato, e che continuano ad alimentare attraverso i propri successori e figli.
Mi auguro quindi che tuo figlio se ne vada non solo dall’Italia, dove sono sicuro che, come tu stesso ci insegni, avrebbe opportunità che nessun neolaureato avrebbe; mi auguro che se ne vada da te, da quello che rappresenti, da quello che fino al 2008, quantomeno, gli insegnavi, e da quello che l’Italia non dovrebbe essere ma che, grazie a quelli come te, è.
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