Se Ryan Air e’ infantile

•5 gennaio 2010 • Lascia un commento

E’ stato riportato da diversi quotidiani, oltre che dalla BBC, l’attacco del responsabile dell’Office of Fair Trading inglese, John Fingleton, alla compagnia low cost irlandese Ryan Air: Fingleton ha definito “puerili e bambineschi” gli espedienti utilizzati da Ryan Air per applicare tariffe alle transazioni compiute via carta di credito, pur rivendicando di non farlo.

Fingleton fa notare che da novembre 2009, la “low cost” (e ormai le virgolette sono d’obbligo) applica una tariffa di 5 euro a tratta, a persona, per ogni volo prenotato con carta di credito tramite qualsiasi tipo di carta. Come fa quindi la Ryan a dire di non applicarle? Semplice, non lo fa sulle Mastercard Prepaid, che rappresentano la fascia piu’ rara tra gli utilizzatori di carte di credito o prepagate; e cosi’, per legge, puo’ “dimenticare” di menzionare le tariffe applicate a tutte le altre.

La Ryan Air ha ovviamente risposto con il proprio consolidato stile di studiata arroganza:

“Ryanair is not for the overpaid John Fingletons of this world but for the everyday Joe Bloggs who opt for Ryanair’s guaranteed lowest fares because we give them the opportunity to fly across 26 European countries for free, £5 and £10.”

Non siamo entrati nel merito. Perche’ applicare sovrattasse a qualsiasi operazione – assicurazione di viaggio, bagaglio in stiva, check-in online obbligatorio, ora il pagamento – di nuovo obbligatorio – tramite carta di credito?

Chiudiamo mettendo infatti in evidenza il seguente passaggio dell’articolo BBC:

“According to the Money Box report, the UK Cards Association estimates for credit cards, banks charge airlines between 1.5% to 2.5% of a payment in transaction fees. It believes it is significantly less than £1 to process a debit card transaction. That means a family of four on a return journey paying on one debit card should pay about 30p, if they were just covering the airline’s costs, but would be charged £40 by Ryanair.”

Intendiamoci, la Ryan sa benissimo di essere tuttora la piu’ conveniente se paragonata ai prezzi imposti dai concorrenti; ma quanto puo’ tirare la corda, ben sapendo la gente che a volte il prezzo varia di pochissimi euro – specie per i voli dall’Irlanda – a fronte di un servizio volutamente grezzo, rumoroso (cosi’ l’ha definita il mastermind Michael O’Leary) e logisticamente scomodo?

Office of Fair Trading
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“Extreme weather conditions”

•5 gennaio 2010 • 2 commenti

Arriva l’inverno, e l’Irlanda va subito in tilt. Bisogna infatti essere obiettivi: i comuni italiani sono andati in crisi con 70 cm buoni di neve, ma qui ne bastano 3 e addio a tutti.

La notte del 31 dicembre infatti, per celebrare l’arrivo del 2010, una spolveratina di neve ha completamente paralizzato la citta’: nessuna auto privata in giro per le strade, nessun taxi (i centralini sbattevano letteralmente in faccia il telefono a chi chiamava per prenotare, testato in prima persona), orde di gente spaurita – e magari un po’ ubriaca – che se ne tornava a casa a piedi attraversando magari mezza Dublino.

Il giorno seguente? Il requiem finale per una capitale europea che si rispetti. Nemmeno una palata di sale era stata data alle strade – in pieno centro! – col risultato che il cosiddetto black ice aveva effetti mortali sulle poche, sparute vetture private che circolavano. Ovviamente lo stato dei marciapiedi era direttamente proporzionato: impossibile camminare a piu’ di 5 passi al minuto. L’aeroporto, addirittura, e’ stato chiuso sino alle 10.30 del mattino a causa del ghiaccio e la Dublin Bus, il servizio di autobus municipali, ha ritirato tutti i bus dalle strade per le “extreme weather conditions” (3 cm di neve, maledizione!).

Ora, dopo il danno, arriva la beffa: si scopre che il governo irlandese si era preparato all’arrivo della stagione fredda ordinando un certo quantitativo di sale da spargere, esauritosi pero’ completamente con la prima leggera ghiacciata, tra 22 e 23 dicembre; che addirittura certi autisti di bus si portavano il proprio sale da spargere alle fermate e agli incroci (!).

Insomma, basta una leggera nevicata, temperature appena sotto lo zero e una nazione intera, in Europa, nel 20…10, ormai, ha chiuso i battenti aspettando il disgelo. In un editoriale, l’Irish Times si interroga sulle responsabilita’ del fallimento generale e si chiede se sia il caso di aspettare semplicemente che il gelo se ne vada da solo.

C’e’ altro da dire?

Esattamente come in Italia

•15 dicembre 2009 • Lascia un commento

Il governo irlandese ha rivelato settimana scorsa, tra ovvie feroci polemiche, la drastica “Finanziaria” (come la chiameremmo noi in Italia, qui si chiama Budget) d’emergenza per cercare di tamponare gli effetti del collasso economico. Tra i tantissimi tagli – tra cui quelli particolarmente dolorosi al settore pubblico e sanitario, gia’ non eccellenti – spiccano quelli agli stipendi di alcune delle più alte cariche dello stato: il Taoiseach (Primo Ministro) Cowen si vede ridotto il salario del 20%, i ministri del 15%; nessuna riduzione ai deputati perché la costituzione non lo permette.

Sono sicuro che riusciranno a pagarsi le bollette lo stesso, ma guardando con gli occhi da italiano viene da riflettere, a volte, su quanto poco costi dare il buon esempio se si chiedono sacrifici ai propri cittadini.

Una lettera dal guardiano del mostro

•1 dicembre 2009 • 1 commento

Ho letto inizialmente quasi con ammirazione la lettera al proprio figlio pubblicata da Pier Luigi Celli, ex-direttore generale RAI e oggi direttore generale (il vizio non si perde) della LUISS, su La Repubblica; testata che detesto, come tutte quelle che alimentano il clima da “guerra civile fredda” che sconvolge l’Italia da un quindicennio e che impediscono volontariamente l’accesso all’informazione vera e propria, in favore dell’opinione editoriale solo ed esclusivamente orientata politicamente.

In questo caso, però, questa lettera mi sembrava aver centrato la riflessione intellettualmente più onesta che un italiano che si onori di esserlo, oggi, possa compiere. Celli, infatti, centra senza il solito buonismo ipocrita all’italiana i punti fondamentali, ma ce ne sarebbero migliaia, dell’italietta. Vediamone alcuni punti.

“Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.”

“E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà.”

Splendido, finalmente. Chiunque lavori in un’azienda pubblica, ex-pubblica o a partecipazione statale sa che la tessera sindacale o del partito giusto è requisito imprescindibile per ottenere benefici: le ferie quando le si vuole, i permessi sindacali continui – con buona pace di chi rimane a lavorare – e gli avanzamenti di carriera automatici, solo per citarne alcuni. Cosa che chiunque lavori all’estero, in quasi tutti i Paesi, ha imparato a vedersi commentare con occhi sgranati e incomprensione, quasi si stesse raccontando una follia. Quello che è, del resto.

“Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.”

Verissimo. E, aggiungerei doverosamente, di un leader sindacalista, o di uno dei tanti che si mettono in bocca la parola “diritti” senza mai pensare ai “doveri”, ma tenendo presente solo il proprio vantaggio. Di classe, ma funzionale solo a quello personale. Qui a dire il vero serpeggia il dubbio che Celli si riferisca, come da vizio italico, a un obiettivo preciso, dimenticandosi della fallimentare visione generale, ma attendiamo.

“Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.”

Sacrosanto. Potremmo citare per esempio i figli di politici raccomandati da papà e che a loro volta raccomandano gli amici costruttori per la costruzione di edifici statali; o che so, la dirigenza di una A.N.A.S. azzerata e rimpiazzata con parenti e amici dal governante di turno.
E potremmo citare chi è un delinquente e fa furore come protagonista di trasmissioni TV e ospitate in discoteca; chi gestiva un sistema aziendale corrotto a livelli mastodontici e in tribunale si presenta come un fragile fuscello, mai al corrente di cosa facessero quei cattivoni dei propri manager. Andiamo avanti?

“Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.”

Questo è il vero fulcro, spassionato, di questa lettera: quanto in cuor suo chiunque sia emigrato non per il puro soldo, ma per trovare un sistema diverso e possibilmente migliore, sa bene. C’e’ poco da aggiungere, ha detto tutto Celli in poche righe.

Solo che.

Al di là dell’essere uno dei notabili della nostra nazione, Celli non mi risultava nuovo nemmeno a livello editoriale, ma non riuscivo a mettere a fuoco cosa, da lui pubblicato, mi avesse colpito tanto. Una breve ricerca sul web mi ha aiutato.

L’egregio Celli, solo l’anno scorso, pubblicava il libro dal titolo tanto esplicito: “Comandare è fottere. Manuale politicamente scorretto per aspiranti carrieristi di successo”. Stupiti? Aspettate di leggerne la descrizione dell’editore:

«“Ci sono troppe cose che si fanno ed è bene non dire.” Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera. In questo “piccolo vademecum per bastardi di professione” l’ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell’utopia delle pari opportunità, “nascere bene” aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l’arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.” »

E allora, caro Pier Luigi Celli, riprendo le ultime righe della tua lettera a tuo figlio:

“Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.”

E ti dico: hai ragione. Tu, e la gente come te, avete fallito. Avete creato un mostro e avete allevato i suoi futuri baby-sitter. Io, dei miei genitori, sono orgoglioso, e se me ne sono andato dall’Italia l’ho fatto perché i genitori di altri, quelli come te, hanno fottuto l’Italia (del resto è questo il termine che usi, no?); me ne sono andato per poter applicare i valori che mi hanno trasmesso senza dover sacrificare la mia vita professionale e personale al sistema che quelli come te hanno generato, e che continuano ad alimentare attraverso i propri successori e figli.

Mi auguro quindi che tuo figlio se ne vada non solo dall’Italia, dove sono sicuro che, come tu stesso ci insegni, avrebbe opportunità che nessun neolaureato avrebbe; mi auguro che se ne vada da te, da quello che rappresenti, da quello che fino al 2008, quantomeno, gli insegnavi, e da quello che l’Italia non dovrebbe essere ma che, grazie a quelli come te, è.

Svegliarsi in un incubo

•30 novembre 2009 • Lascia un commento

Qualche tempo fa, discutendo con un conoscente, saltò fuori una breve e forse superficiale descrizione dell’Irlanda, che mi rimase però impressa: questa persona la chiamò infatti “il Paese dei Balocchi“.

Fuori dal contesto della conversazione, e adattata agli avvenimenti delle ultime settimane, questa frase assume significati decisamente inquietanti. Com’è noto, la Repubblica d’Irlanda è un Paese che ormai da più di un anno attraversa la peggiore crisi economica che ricordi da decenni, qualcosa che le ultime generazioni non avevano mai avuto modo – fortunatamente – di sperimentare, avvolte com’erano dal sogno del boom economico.

Ma qualcosa di peggio doveva arrivare, ed è esploso proprio nelle ultime settimane sui media nazionali e, anche se non a lungo, internazionali. Giovedì 26 novembre è infatti stato pubblicato nella sua completezza il già largamente anticipato “Murphy report“, i risultati del lavoro di una commissione appositamente costituita per investigare il comportamento della Diocesi di Dublino nel periodo 1975-2004. Risultati semplicemente terrificanti.

Si sapeva infatti che il rapporto avrebbe denunciato gli abusi di decine di migliaia di bambini da parte di sacerdoti su vari livelli gerarchici nel corso di questi anni, ma lo squallore è stato aggravato dalla conferma che le alte sfere ecclesiastiche del Paese avessero protetto i preti pedofili, semplicemente spostandoli di parrocchia in parrocchia e rendendoli liberi di abusare di nuovo quando le prime voci trapelavano; ma soprattutto che la Garda, la polizia irlandese, ai più alti livelli, abbia contribuito al cover-up, all’insabbiamento degli scandali, considerando il clero sostanzialmente come “al di sopra della Legge”.

Uno shock per una nazione piccola, che ha allontanato da sé, in moltissimi casi, il cattolicesimo come la peggiore delle persecuzioni secolari subite insieme alla dominazione inglese, e che si scopriva da ormai 25 anni ricca e soddisfatta del proprio ruolo. Un’isola neutrale da tutto, impegnata in missioni di pace e che si considerava quasi isolata dai mali del mondo: un amaro ritorno alla cruda realtà, causato dai peggiori dei propri cittadini.

È comunque interessante compiere una riflessione.

Il “Murphy report” è un’indagine civile, ovviamente supportata dalle vittime degli abusi e dalle loro famiglie, i cui risultati sono stati ampiamente pubblicati e discussi dalla stampa e dai politici nazionali. Sembra banale dirlo, visto che si tratta del peggiore scandalo che l’Irlanda repubblicana ricordi, ma l’Italia pare ne abbia fatto una copertura mediatica minima, e solo per sottolineare l’apprensivo intervento del Papa nei confronti della questione. Detto che sembra quantomeno ingenuo considerare le gerarchie vaticane all’oscuro di cotanto marciume nei passati decenni, viene da chiedersi: dopo un paese non religioso come gli Stati Uniti, l’Irlanda è il primo stato ufficialmente cattolico in cui la deviazione pedofila e l’impunità di larghi strati del clero vengano alla luce in modo dirompente.

Quante probabilità ci sono che vergogne simili non esistano anche nel primo Paese cattolico del mondo?